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Datemo un Fondo
a cui protendere i piedi, le braccia adunche
appese di chiodi.
Datemi un Posto segreto,
nascosto,
in cui nascondere tutto.
Pietà, ti chiamo,
e ti voglio sedare:
Orrore, che mi divide tra ieri e domani.
Aiutami, ora, questa è la Maschera che voglio
indossare,
bislacca e beffarda:
solo senza la faccia oserò
guardarmi allo specchio.
Senza la faccia, senza il corpo
un sospiro lontano,
in ogni mio tocco che resta indelebile
in ogni parola
in ogni mio sogno, in eterno
bruciante.
Perchè non sfiorerete
la mia vita
con le vostre pallide, sudice
dita.
Perchè non avrete, boccone dopo boccone
il mio misero duro cuore.
Perchè non bacerete
con quelle lingue che sanno
d'acido
le mie labbra sigillate.
Per tutto quello
che non vi darò
odierete
il mio tormento e la mia gioia.
Sì, voi odierete
i miei piedi al mio passaggio,
che fanno un cerchio
indifferente
metri e metri lontano dal vostro
insopportabile rumore.
Sono giorni faticosi.
Di cercare luce mai mi stanco,
ma un inverno mi tiene tra due mani,
mi trasporta fra i semi marci e i rovi,
dei rami spogli resto in balia,
come figlia in una culla.
Non c'è spazio, non c'è alba.
Solo pallidi sprazzi di pensiero.
Forse avremmo voglia di sconfinate
remissioni di peccati
così potremmo
come le fiere al tempo
inebriarci di lauti pasti
di vendette e corpi.
Abbiamo, nel poco a poco,
ogniqualvolta benedetto questa invidia
e resa santa la voglia immonda
di essere nulla.
Adesso e ancora siamo bambini
sulla strada raccattiamo pietre
e le gettiamo ai cani.
Se siamo in ombra continueremo
questa preghiera.
Seppure in ombra reciteremo
la litania,
e se finisce un altro pezzo, un'altra parte
di questo mondo
in cui vaghiamo
ricorderemo
come un profumo che non si estingue
ogni parola...
come uno specchio che s'è appannato:
non v'è ritorno.
Sembra sempre di avere poco tempo.
Anche il fumo dalla tazza di caffè
corre deciso su verso il soffitto.
A volte sì, dimentichiamo anche dove stiamo andando,
o dove siamo: basta poco alla convinzione
di esser vivi.
Non cerco molto, oltre l'emozione che mi dona
il tuo sorriso.
Innocuo ed ignaro.
E' un modo come un altro, nel segreto,
per non lasciarti uscire.
Se ne va solo il tuo corpo
a mescolarsi tra la gente, ignara e irriverente.
Mentre tu resti, così nell'anima,
tra una tazza e una bottiglia, luce ed ombra,
parole e silenzio.
Il tuo sorriso che mi osserva amarti.
Il mio sorriso che si nasconde invano.
Malate, malatementi
danzano
sui confini della nostra finitezza,
spaccano
coi pugni chiusi
urlanti, urlantibocche
le scatole delle nostre anime.
Tutto violenta questa vita in differita:
salmastre, salmastrelacrime
a lavaggio dei peccati.
Una volta intrapresi
il cammino del buio
e nulla potevo più dire.
Contavo i miei passi di sabbia,
non avevo colore.
Qual'è la canzone
senza note,
la poesia senza parola?
Io le ho trovate.
Secca fragilità mi permea le membra,
le fa impappinare:
s'è perso il pensiero
nell'onda, nel vento, nel freddo più atroce.
Ancora covo disastro e nebbie.
Tutto mi prostra
a un'immoto silenzio.
Affronto lo specchio
sguardo di me,
incivile materia
privata dei sensi:
chiunque io sia
non scende la notte,
lontana a vedere la fine
di tutto.